Miracolo
a Sant'Anna
Incontro
con Spike Lee
a cura di Alberto Cassani
In
occasione dell'uscita italiana del suo nuovo film, "Miracolo
a Sant'Anna", Spike Lee ha incontrato il pubblico e i giornalisti
milanesi subito dopo una proiezione in anteprima della pellicola. Questa
è la trascrizione di quanto è stato raccontato dal regista
newyorchese.
Innanzi
tutto, ci spieghi esattamente chi erano i 'Buffalo Soldier' di cui il
suo film racconta.
Gli Studio
hollywoodiani hanno iniziato a girare film sulla Seconda Guerra Mondiale
praticamente dal giorno in cui la guerra è finita, ma il contributo
di 1.100.000 tra uomini e donne afroamericani è sempre stato
ignorato. Parliamo di un periodo nella storia delle forze armate statunitensi
in cui i soldati erano ancora obbligati ad entrare nell'esercito, eppure
all'inizio della guerra il Governo degli Stati Uniti impediva ai soldati
neri di combattere: erano impiegati solamente come cuochi, autisti e
portaborse. E' stato solo grazie alle continue insistenze di Eleanor
Roosevelt, la moglie del Presidente, che anche ai soldati neri è
stato permesso di combattere. I 'Buffalo Soldier' componevano la 92a
Divisione della fanteria, erano 15.000, e in 4 anni hanno combattuto
contro i fascisti e contro i nazisti per liberare il vostro Paese. Io
sono cresciuto guardando in Tv i film sulla Seconda Guerra Mondiale,
e anche se in quei film non c'erano mai personaggi di colore io sapevo
come stavano le cose, perché i due fratelli di mio padre avevano
partecipato alla Seconda Guerra Mondiale. Guidavano i camion nel Red
Bull Express, il convoglio che ha consentito alla 3a Divisione dell'esercito
di arrivare a Berlino, assicurando il trasporto di carburante, munizioni
e cibo. E ci sono molte altre storie come la loro...
Perché
iniziare il film con una scena di John Wayne ne "Il giorno più
lungo"?
Tutti gli spettatori di tutto il mondo identificano John Wayne con gli
Stati Uniti d'America. Lui è l'Eroe per definizione, che indossi
un cappello bianco e uccida i 'selvaggi' nativi americani nei film western
o che sia nella Seconda Guerra Mondiale a combattere contro gli sporchi
giapponesi o gli sporchi crucchi, o anche nel Vietnam di "Berretti
verdi" a uccidere gli sporchi viet-cong. Lui è in'icona,
rappresenta la figura dell'americano che Hollywood ha sempre voluto
veicolare. Mostrarlo all'inizio di questa pellicola vuol dire "questo
film non è quel tipo di film", vuol dire "questo è
un film sulla Seconda Guerra Mondiale diverso da tutti quelli che Hollywood
ha prodotto finora".
Verso
l'inizio del film c'è una scena in cui una donna legge messaggi
di propaganda ai soldati statunitensi per convincerli a disertare. E'
successa veramente una cosa del genere?
Sì,
si chiamava Axis Sally e trasmetteva da Berlino. Ce n'era una anche
in Giappone, Tokyo Rose. Mandavano in onda famose canzoni che i soldati
statunitensi che combattevano in Europa e nel Pacifico avrebbero ascoltato
e apprezzato, e tra una canzone e l'altra leggevano messaggi di propaganda.
Erano entrambe cittadine statunitensi.
Secondo
lei quale dovrebbe essere il rapporto tra Cinema e Storia? E pensa che
il cinema possa avvicinare gli spettatori allo studio della Storia,
o che rischi semmai di allontanarlo?
Anni fa ho
diretto un film intitolato "Malcolm X". Lo scopo di quel film
non era di dire "quello che vedete qui è tutto quello che
avete bisogno di sapere su Malcolm X", ma semmai spero che abbia
fatto nascere negli spettatori più giovani l'interesse per la
sua figura, che li abbia portati a leggere dei libri sull'argomento
e aumentare le proprie conoscenze. Il film era solo un punto di partenza,
un'introduzione. E i film questo possono essere, nei riguardi della
Storia: ci sono più persone, soprattutto tra i giovani, che scoprono
eventi storici attraverso i film e gli show televisivi che non studiando
a scuola. Io un po' di resposabilità la sento, per quello che
racconto ai miei spettatori. Il romanzo di James McBride da cui è
tratto "Miracolo a Sant'Anna" racconta
una storia inventata basandosi su eventi realmente accaduti, ma molto
spesso ci capita di leggere "basato su una storia vera" quando
tutto quello che ci viene raccontato è inventato. Il regista
ha la resposabilità di decidere quale di queste due strade seguire.
In
questo film, rispetto ai suoi precedenti, c'è una forte iniezione
di spiritualismo...
Fino ad oggi nei miei film la religione non ha mai trovato spazio, a
parte Malcolm X che era un leader islamico. Ma quel film non ha niente
a che vedere con le mie convinzioni religiose: io credo in Dio, prego
e ho Fede nel Signore. I contenuti religiosi di "Miracolo
a Sant'Anna" c'erano già nel romanzo di McBride, e quando
l'ho letto ho visto l'opportunità di riproporli sullo schermo.
Sono molti, i miracoli che avvengono nel corso del film. In effetti,
se li contate sono 18 in tutto...
Il
cinema statunitense, con rare eccezioni come appunto "Berretti
verdi", è stato sempre molto critico nei confronti della
guerra del Vietnam. Invece ha sempre dipinto la Seconda Guerra Mondiale
come una guerra giusta. Secondo lei, come mai invece in Italia siamo
ancora qui a discutere dopo sessant'anni su chi ha fatto la cosa giusta
e chi invece ha sbagliato?
Il massacro di Sant'Anna è avvenuto il 12 agosto 1944, e ce ne
sono stati tanti altri perpetrati dai nazisti nei confronti della popolazione
italiana. A me fa piacere se questo film, che piaccia o meno, accende
delle discussioni, dei dibattiti. Per quanto mi riguarda, è sempre
stata questa la chiave del mio cinema: se giro un film e nessuno ne
discute, se nessuno ci litiga sopra, c'è qualcosa che non va
in quel film. Ma la mia opinione è che la Seconda Guerra Mondiale
sia stata l'ultima guerra che gli Stati Uniti hanno fatto bene a combattere,
tutte le altre sono discutibili.
Ad
un certo punto, uno dei soldati neri dice che in Italia è trattato
come una persona, che si sente più libero di quando era negli
Stati Uniti. Crede che sia ancora vero?
Il film è
ambientato nel 1944, un periodo in cui negli Stati Uniti i neri venivano
linciati per il semplice fatto di essere neri. Nel sud degli Stati Uniti
erano ancora segregati, erano costretti a sedersi nei posti in fondo
dell'autobus, dovevano bere dalle fontanelle riservate solo a loro,
e un sacco di altre cose come queste. Invece, il villaggio in cui si
ritrovano lì in Toscana è una comunità molto molto
piccola, fatta da persone che non sanno nulla del resto del mondo e
che quindi non sono state contaminate dai pregiudizi razziali. L'intenzione
non era quella di rappresentare tutta l'Italia con quella piccola comunità,
ma allo stesso tempo, quando James McBride fece le sue ricerche per
scrivere il libro, incontrò molti soldati neri che gli raccontarono
di essere stati trattati come esseri umani dai francesi e dagli italiani.
Ma quello era il 1944, il film non è ambientato al giorno d'oggi.
Questo
è un film estremamente diverso da tutti quelli che ha realizzato
finora, anche e soprattutto dal punto di vista estetico. Cosa l'ha portata
a girarlo in questo modo?
Questo è
il mio 23° lungometraggio, contando anche tre documentari, ma quando
la gente pensa ai miei film pensa a "Fa' la cosa giusta",
"Jungle Fever" e "Malcolm X". Questi tre film, però,
non sono rappresentativi di tutta la mia opera, di che tipo di regista
io sia. Come cineasti, noi cerchiamo sempre di creare un'opera congrua,
un'insieme di film che ci rappresenti nella sua interezza, non presi
singolarmente. E' questo quello che gli artisti fanno, che si tratti
di romanzieri, poeti, compositori, pittori o registi: creano un insieme
di opere. In più io lascio sempre che sia il soggetto del film
a determinare l'estetica della pellicola, e non capisco come qualcuno
possa dire che in questo film ho usato uno stile diverso da quello che
ho usato in passato... Sveglia! Non avevo mai girato un film di guerra,
finora! E' ovvio che non posso girare "Miracolo a Sant'Anna"
nello stesso modo in cui ho girato "Fa' la cosa giusta", che
è ambientato tutto in un unico quartiere! Perché mai uno
dovrebbe fare le stesse scelte estetiche per un film ambientato in un
quartiere e per un film epico? Questa è una cosa che vorrei che
i giovani registi capissero bene: non devi imporre il tuo stile al soggetto,
devi lasciare che il soggetto ti dica come girare il film. E' il soggetto
che ti deve dire che scenografie usare, che tipo di musica scegliere,
come montare le sequenze... E' per questo che confrontare lo stile di
questo film con i miei precedenti è ridicolo: non ho mai girato
un film sulla Seconda Guerra Mondiale, prima...
Ma
pensa che in futuro potrà tornare a raccontare la realtà
del ghetto, o se ne sente ormai troppo lontano?
"Miracolo
a Sant'Anna" è uno sguardo indietro nel tempo, ma la
maggior parte dei miei film sono ambientate nel tempo presente. In realtà
per me ha poca importanza, per me la cosa più importante è
la storia; non mi interessa dove la storia è ambientata, se la
storia mi interessa decido di fare il film. Quando i critici cinematografici
e i teorici del cinema scrivono dei miei film notano sempre cose che
io non avevo notato, perché guardo i miei film troppo da vicino.
Però so cosa c'è al centro di tutti i miei film, qual
è il filo comune: i personaggi, le decisioni che prendono e le
conseguenze che queste decisioni hanno.
Percorsi
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